Agrippa, l'avvocato delle streghe e il De occulta philosophia

 

Nacque a Colonia, il 15 settembre del 1486, Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim e fu un alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco.

Il suo vero nome era Heinrich Cornelis, ma latinizzò il proprio cognome in Cornelius e aggiunse il soprannome Agrippa che deriva dall'antico nome latino della sua città natale, Colonia Agrippina e si fece chiamare dunque Agrippa von Nettesheym, dal villaggio di Neuss non lontano da Colonia.



Si dedicò sin da giovane all'astrologia grazie l'aiuto del padre e diventò maestro di arti nel 1502 presso una scuola di Colonia. All'età di vent'anni andò a Parigi dove entrò a far parte di un circolo fondato da un italiano di nome Landolfo. Questo gruppo divenne una vera e propria società segreta che si dedicava allo studio delle scienze ermetiche. Nel 1508, insieme a Landolfo, Heinrich si recò in Spagna dove si mise al servizio militare del re Ferdinando dopo qualche mese, guadagnato per i suoi meriti - così almeno egli sostiene - il titolo di cavaliere, s'imbarcò da Valencia per approdare, dopo un viaggio avventuroso, in Francia e stabilirsi alla fine dell'anno ad Avignone. Di qui scrisse a Landolfo, che si trovava a Lione:

«Dopo queste terribili prove, non ci resta che ricercare i nostri amici per rinnovare i sacramenti della nostra congiura e ristabilire l'integrità della nostra associazione»
(Epistolae I, 8, 20 dicembre 1508)

L'amico Landolfo gli rispose il 4 febbraio 1509 proponendogli l'affiliazione di un tedesco di Norimberga residente a Lione, descritto come un «curioso indagatore degli arcani della natura [...] lancialo dunque per provarlo nello spazio e, portato sulle ali di Mercurio, vola dalle regioni dell'Austro a quelle dell'Aquilone, prendi anche lo scettro di Giove [...] e associalo nella nostra confraternita». Per questo motivo Agrippa si recò a Lione poi andò ad Autun e di qui a Dole, nella Franca Contea, allora governata, con la Borgogna e i Paesi Bassi, da Margherita d'Asburgo, zia di Carlo, il futuro imperatore allora giovanissimo e ancora sotto tutela. A lei Heinrich dedicò il De nobilitate et praeecelentia foeminei sexus (Nobiltà e preminenza del sesso femminile) un piccolo trattato, che verrà stampato venti anni dopo ad Anversa, nel quale sostiene la superiorità della donna rispetto all'uomo dal momento che già il nome della prima donna, Eva, che significa vita, è più nobile di quello di Adamo, che vuol dire terra; anche l'esser stata creata dopo l'uomo è motivo di maggior perfezione.

Heinrich difese molto questa sua tesi in lode al sesso femminile tanto da polemizzare e ribattere a quanto detto nell'importante sesto capitolo del primo libro del Malleus maleficarum, il manuale dell'Inquisizione voluto e approvato da papa Innocenzo VIII contro la stregoneria. Nel Malleus si afferma infatti che le donne, per via del loro "intelletto inferiore", sono per natura predisposte a cedere alle tentazioni di Satana, affermando che la stessa parola "femmina" viene da "fede" e "meno". Pertanto Heinrich aveva deciso di confutare tali opinioni sull'inferiorità della donna e si opponeva con una visione ermetico-naoplatonica, secondo la quale “Fra tutte le creature non v'è spettacolo così meraviglioso, né miracolo tanto riguardevole, al punto che si dovrebbe essere ciechi per non vedere chiaramente che Dio radunò tutta la bellezza di cui è capace l'intero universo e la diede alla donna, acciò che ogni creatura abbia buone ragioni per stupirsi di lei e riverirla ed amarla.” Col difendere la dignità delle donne egli inoltre aveva espresso la sua adesione a una corrente, avviata circa un secolo prima, che a buon diritto si può definire “femminista” ante litteram, di cui si trovano tracce in Francia e alla corte di Borgogna (Christine de Pizan).

Nel 1509, Heinrich Cornelius Agrippa fu invitato dall'Università di Sole a commentare il De verbo mirifico del Reuchlin, nel quale l'umanista di Pforzheim univa, secondo gli insegnamenti ricevuti a Firenze, la tradizione cabalistica al neoplatonismo cristiano e fu con l'eco delle lezioni tenute presso l'Università che Agrippa finì per essere accusato di diffondere eresie giudaizzanti. Pertanto il tedesco decise di lasciare Dove per andare in Inghilterra dove fu ricevuto dall'imperatore Massimiliano I. 

Poco dopo tornò in Germania per andare al Würzburg, nel convento St. Jakob, dove fece la conoscenza di uno dei più celebri maghi del tempo: Giovanni Tritemio di Sponheim, detto l’Abate nero. I due avevano le stesse idee e s'intrattennero per alcuni giorni a discutere dell'occulto. L'Abate nero gli donò un manoscritto segreto, la “Steganographia”, un libro straordinario, opera principe di Giovanni Tritemio. Generazioni di occultisti, dopo la morte di Agrippa, si sarebbero affannati a cercare per tutta Europa quel manoscritto, ma pochi riuscirono a vederne con i propri occhi anche soltanto una copia fedele. 

«che tu, così giovane, abbia penetrato tali segreti, ignoti a tanti uomini istruiti, e li abbia esposti non solo in modo chiaro e preciso, ma anche con proprietà ed eleganza esortandolo a dare fieno al bove e zucchero al pappagallo» Giovanni Tritemio di Sponheim

Grazie all'aiuto e alle correzioni dell'Abate nero il lavoro sul De occulta philosophia si andava delineando e nel 1510 Agrippa aveva già completato la stesura dei primi due libri.

Nel 1511 Agrippa partì per l'Italia dove sarebbe rimasto per sette anni.

Nel 1517 si stabilì a Torino dove fu lettore di teologia all'Università e nel maggio dello stesso anno si trasferì a Chambéry per assumere la carica di medico del duca Carlo II di Savoia, che lasciò tuttavia il 16 gennaio 1518, avendo accettato l'offerta di consigliere fattagli dalla città di Metz, dove entrò in rapporto con altri cultori dell'ermetismo, come Claude Chansonnet o il celestino Claude Dieudonné, ma si fece anche dei pericolosi nemici quando una donna del vicino paese di Woippy, fatta imprigionare da un gruppo di contadini con l'accusa di stregoneria.

Scrive Agrippa in una lettera al suo amico Cantiuncula:

“Al principio dell'affare un branco ignobile di contadini congiurati contro di lei ne invase la casa nel mezzo della notte. Questi depravati ubriachi di vino e di concupiscenza s'impadronirono della sventurata e di loro privata autorità, senza alcun diritto, senza mandato giudiziario, la gettarono nelle segrete di un loro palazzo. Ciononostante i signori del capitolo la fecero condurre a Metz e la consegnarono nelle mani del loro giudice ordinario, l'ufficiale della curia episcopale. Venne stabilito un termine entro cui i contadini motivassero le loro azioni e queste canaglie ebbero l'audacia di denunciarla. In soli due giorni tanto poté prevalere l'iniquità degli inquisitori e della banda di poco di buono che l'ufficiale che l'aveva in custodia la consegnò per alcuni fiorini nelle mani dei suoi accusatori, la denuncia di quattro dei quali era già stata respinta in quanto noti delinquenti. La poveretta fu allora trasferita con l'aggiunta di insulti e bastonate, come si poté provare con testimoni. Così, detenuta in un carcere più che ingiusto, prostrata dalle molte ingiurie, non trascorse neppure una notte tranquilla, con gli accusatori liberi di godersela col vino e nell'orgia."

Agrippa prese le difese della donna e narrò lui stesso l'episodio nelle sue lettere. L'inquisitore, il domenicano Nicola Savini, e l'ufficiale della curia vescovile, Jean Léonard, la fecero torturare, ma «quale motivo allega quest'inquisitore senza pietà per martirizzare così quella disgraziata? Quale prova dà egli che questa donna sia realmente una strega? Dice che sua madre è stata bruciata come strega; e io gli dico in faccia che i fatti degli altri non hanno valore contro un accusato [...] pretende che le streghe hanno l'abitudine di consacrare il frutto del loro ventre al diavolo e che, d'altra parte, siccome ordinariamente esse si danno al diavolo, questi è certamente il padre dei suoi figli ai quali trasmette la sua malizia».

E rivolgendosi all'inquisitore: «Con la tua perversa dottrina, tu misconosci la virtù del battesimo [...] tu, inquisitore della fede, con tutti i tuoi argomenti, non sei che un eretico». Il Savini, a sua volta, accusò di eresia l'Agrippa: la morte dell'ufficiale della curia, che fece in tempo a rilasciare una dichiarazione giurata con la quale riconosceva l'innocenza della donna, pose fine al processo.

Fece ritorno a Colonia quando prese le difese dell'umanista evangelico Jacques Lefèvre d'Étaples, che sosteneva che sant'Anna avesse avuto una sola figlia, Maria, e non tre, come sostenuto dalla Chiesa. Additato come eretico a tutta la città dal priore domenicano Claudio Salini, professore alla Sorbona, il 25 gennaio 1520.

Non rimase per molto tempo a Colonia in quanto nel 1521 si trasferì prima a Metz, dove morì sua moglie, e poi a Ginevra, con il suo piccolo figlio, dove si risposò con Jana Luisa Tissie, che gli darà sei figli. Nel 1522 divenne direttore dell'ospedale di Ginevra, ma l'anno successivo si spostò a Friburgo e nel 1524 a Lione. Proprio in questa moderna e bella città francese divenne il medico di Luisa di Savoia.

Sono anni nei quali l'interesse e la fede nel'astrologia sono al culmine: Agrippa - che non credeva nell'astrologia, come scrisse nel De incertitudine et vanitate scientiarum, composto in quell'anno - faceva anche oroscopi all'unico scopo di guadagnare qualcosa ma, quando Luisa gli chiese un oroscopo per il figlio, rifiutò. Ne scrisse anche in lettere nelle quali si lamentava della superstizione della regina che, venuta a conoscenza del loro contenuto, lo licenziò nell'ottobre del 1526. Lo scrive all'amico Giovanni Capellane.

«Mi sono ricordato quanto è scritto nelle sacre scritture: non fidatevi dei principi; ho letto nei filosofi: non c'è da fidarsi delle donne; a scuola imparai da Virgilio: varium et mutabile semper foemina. E io, doppiamente stolto, dimentico degli avvertimenti umani e divini, mi sono fidato da chi è insieme principe e donna»
(Lione, ottobre 1526)

Nel 1528 continuarono i suoi spostamenti passando prima per Parigi e poi per Anversa, qui scoppiò anche la grande peste nel 1529 e perse sua moglie e nel 1530 si trasferì a  Malines, allora capitale dei Paesi Bassi e sede del governo. Qui si sposa per la terza volta e onora l'incarico ricevuto facendo pubblicare nel 1530 ad Anversa la sua Caroli V coronationis historia, che celebra l'incoronazione di Carlo Vavvenuta a Bologna quello stesso anno per mano del papa Clemente VII e, soprattutto, le sue opere maggiori, il De incertitudine et vanitate scientiarum et artium et excellentia Verbi Dei declamatio in settembre, e il primo libro del De occulta philosophia l'anno seguente, tutte munite di privilegio imperiale, accordato anche ai Commenti a Raimondo Lulloe alle Orationes er Epistolae, che garantiva ad Agrippa la possibilità di stampare quelle opere per altri sei anni, salvaguardando i suoi diritti e soprattutto, fornendogli un importante riparo contro possibili attacchi polemici e censure.

Il De occulta philosophia fu dedicato all'arcivescovo von Wied e il primo libro dell'opera fu pubblicato contemporaneamente ad Anversa e a Parigi nel 1531, con una prefazione nella quale ritrattava l'opera che pure pubblicava, Agrippa giustificava questa contraddizione sostenendo che, iniziata da giovane e interrotta, «ne circolavano copie corrotte [ ... ] non solo, ma alcuni, non so se più impazienti che impudenti, volevano stampare un libro così informe. Unicamente per evitare questo guaio, ho deciso di pubblicarlo io stesso», aggiungendo che non era «un delitto non lasciar morire questo frutto della mia giovinezza».

Questa giustificazione non persuade, apparendo un metter le mani avanti nel caso che avesse provocato polemiche e anche persecuzioni, tanto più che Agrippa, nel novembre del 1532 consegnò all'editore Hetorpio e al tipografo di Colonia Jean Soter il secondo e soprattutto il terzo libro dell'opera, che egli aveva da poco concluso e che non era mai circolato in precedenza. E meno ancora persuade, osservando la reazione di Agrippa alla notizia che l'inquisitore di Colonia, Conrad von Ulm, il 1º gennaio del 1533, aveva proibito la stampa dell'opera. L'11 gennaio, da Bonn, Agrippa indirizzò la sua protesta ai magistrati di Colonia:

«Non lasciatevi impressionare da una falsa interpretazione della parola magia, spaventevole solo per il volgo, e su cui questi ipocriti sicofanti stanno imbastendo accuse di bestemmia e di eresia. Il mio libro non ha niente a che fare con la fede cristiana e con le sacre scritture e, come sapete, solo opponendosi a queste si può peccare. Altrimenti, condannate tutto quel che non è fede e Vangelo [ ... ] I vostri teosofisti lascino stare quel che non li riguarda e non sono in grado di capire»
(Epistolae, VII, 26)

Finalmente, superate le difficoltà, l'Henrici Cornelii Agrippae ab Nettesheym a consiliis et archivis indiciarii sacrae Caesareae majestatis de Occulta Philosophia libri tres. Nihil est opertum quod non reveletur et occultum quod non sciatur. Matthaei X. Cum gratia et privilegio Caesareae majestatis ad triennium, comparve nel luglio 1533.

Nel 1559, a Marburgo, vide luce invece l'edizione di un quarto libro del De occulta philosophia, ovvero un De Caerimonjis Magicis, trattato di magia cerimoniale, che Johann Wier, allievo di Agrippa a lui molto vicino, riconobbe come un falso e che come tale è considerato tuttora, in virtù dell'analisi del suo contenuto e dello stile, lontano dal latino letterario di Agrippa (il libro è stato spesso pubblicato insieme ai Magica elementa, un testo di magia bianca scritto da Pietro d'Abano. Per questo è frequente che i due testi vengano associati nelle menzioni di XVI e XVII secolo). Il contenuto di questo testo spurio, che nelle traduzioni italiane viene tramandato come libro del comando, consiste in un'iniziazione alla magia cerimoniale e all'evocazione degli spiriti.

«Coloro che vorranno dedicarsi allo studio della Magia, dovranno conoscere a fondo la Fisica, che rivela la proprietà delle cose e le loro virtù occulte; dovranno essere dotti in Matematica, per scrutare gli aspetti e le immagini degli astri, da cui traggono origine le proprietà e le virtù delle cose più elevate; e infine dovranno intendere bene la Teologia, che dà la conoscenza delle sostanze immateriali che governano tutte queste cose. Perché non vi può essere alcuna opera perfetta di Magia, e neppure di vera Magia, che non racchiuda queste tre facoltà»
(De occulta philosophia, I, 2.)

Agrippa sostiene che gli elementi che costituiscono tutte le cose «terrene» sono quattro, seguendo le conoscenze del tempo: fuoco, terra, acqua e aria, nessuno dei quali si trova in natura allo stato puro. Due sono le qualità specifiche di ogni elemento, delle quali una è propria dell'elemento, l'altra è invece condivisa con un altro: «il fuoco è caldo e secco, la terra è secca e fredda, l'acqua è fredda e umida e l'aria è umida e calda». L'opposizione delle qualità rende opposti fra loro, a due a due, gli elementi: così, sono opposti il fuoco e l'acqua, e la terra e l'aria. Come vi sono quattro elementi semplici, così quattro sono i corpi da loro composti, ossia le pietre, i metalli, le piante e gli animali. Seppure alla loro composizione concorrano tutti gli elementi, nelle pietre prevale la terra, nei metalli l'acqua, nelle piante l'aria mentre gli animali «traggono la loro forza dal fuoco e l'origine dal cielo». Le singole qualità di ciascun corpo derivano dalle qualità dei diversi elementi: così, la trasparenza del quarzo deriva dall'acqua, le qualità del piombo dalla terra e quelle dell'oro e del ferro dal fuoco. Negli esseri viventi, la collera deriva dal fuoco, il sangue dall'aria, la bile dalla terra e, secondo Agostino, l'intelletto è simile al fuoco, la ragione all'aria, l'immaginazione all'acqua e il sentimento alla terra.

Il pentagramma si mise in relazione con l'anatomia dell'uomo e i sette pianeti - Gravur dopo Agrippa von Nettesheim come discusso nel libro due di De Occulta Philosophia

Agrippa continua ad affermare che gli stessi elementi non sono soltanto nelle cose del nostro pianeta, «ma anche nei cieli, nelle stelle, nei demoni, negli angeli e in Dio stesso, che è il creatore e l'animatore di tutte le cose», con la differenza di «essere allo stato di purezza e in tutta la loro potenza»: in particolare, di Dio è detto che «la terra s'apra e generi il Salvatore» ed è chiamato nelle Sacre Scritture sorgente di acqua viva e soffio vitale, mentre Mosè e san Paolo dicono che egli è un fuoco divorante.

I poteri occulti derivano alle cose dalle idee - platonicamente intese come forme pure ed eterne - che vengono infuse nelle cose dall'Anima del Mondo: la sua virtù si comunica a tutte le cose cosicché «tutte le qualità occulte si diffondono sulle erbe, sulle pietre, sui metalli e sugli animali attraverso il sole, la luna, i pianeti e le stelle che sono superiori ai pianeti. E tale spirito ci sarà tanto più utile, quanto più sapremo separarlo dagli altri elementi e quanto meglio sapremo servirci delle cose in cui sarà penetrato più abbondantemente». È l'operazione tentata dagli alchimisti, che cercano di estrarre dall'oro il suo spirito per infonderlo agli altri metalli, «come noi abbiamo fatto e abbiamo visto fare, pur non potendo produrre una quantità maggiore di oro da quella originaria».

Proporzioni umane e loro numeri segreti
Il moondragon - una delle immagini della sfera lunare nel libro due di De Occulta Philosophia

Commenti